In occasione della Giornata Mondiale della Fisioterapia, la Sezione Territoriale Umbria di AIFI ha avuto il piacere di intervistare la Dott.ssa Eleonora Chiocci, una tra le tante fisioterapiste che hanno fronteggiato il COVID-19 durante l’attuale pandemia. Lei in particolare è specializzata in Fisioterapia Respiratoria e lavora nei reparti COVID-19 dell’Azienda Ospedaliera di Perugia.

 

Buongiorno Dott.ssa, iniziamo con le presentazioni: ci può raccontare quale è il suo percorso formativo e professionale/lavorativo?
Buongiorno a voi di AIFI, lavoro come fisioterapista presso l’Azienda Ospedaliera di Perugia, dal 2008 nel reparto Unità Spinale. Per esigenze lavorative legate alla gestione respiratoria del paziente con lesione midollare, ho sempre approfondito il mio percorso formativo con numerosi corsi di riabilitazione respiratoria. A Febbraio 2020 mi sono iscritta al Master in Fisioterapia Cardiorespiratoria e di Area Critica presso l’Università di Milano, ed ho potuto offrire così il mio contributo professionale e formativo durante la pandemia, visti il percorso di studi che stavo facendo e i relativi tirocini pratici all’Ospedale Niguarda e Policlinico di Milano.

 

Come è cambiato il suo lavoro con il COVID-19? Che impatto ha avuto sulla sua vita professionale?
L’emergenza sanitaria da COVID-19 ha fatto sì che molti reparti siano stati convertiti in reparti dedicati ed i fisioterapisti siano stati coinvolti in prima linea insieme a medici e infermieri nella gestione dei pazienti affetti da COVID-19. Personalmente, è stata una sfida quella di cercare di mettere a frutto tutte le mie conoscenze e competenze sia in ambito respiratorio che in senso più ampio fisioterapico. È stato un arricchirsi di conoscenze, soprattutto in merito alla gestione del distress respiratorio acuto attraverso modalità di ventilazione non invasiva, pratica che nel periodo pre-pandemico non era prevista dalle Linea Guida. Sicuramente quello che mi ha fatto riflettere maggiormente è stata l’importanza del lavoro di equipe: quanto questo possa fare la differenza per il paziente, sia dal punto di vista umano che in termini di efficacia dei servizi sanitari.

 

Quali sono le principali difficoltà che ha dovuto affrontare nel suo lavoro e quanto è stato determinante il percorso di master che sta portando a termine?
Le condizioni cliniche del paziente COVID-19 cambiano momento per momento per cui è necessario rivedere ciascun paziente più volte nella giornata e questo richiede grande attenzione, soprattutto con alti numeri di ricoverati e personale limitato. La cosa più difficile credo sia dare delle risposte alla persona sull’evoluzione di quello che sarà la sua condizione clinica nonché, nelle condizioni più critiche, fronteggiare la malattia sostenendo ed alleviando le sofferenze nel maggior modo possibile. Il master mi ha permesso di acquisire delle conoscenze teoriche e pratiche molto più approfondite in merito all’insufficienza respiratoria, ad es. l’interpretazione dell’emogasanalisi, la conoscenza e il funzionamento dei vari ventilatori meccanici e dei vari presidi di ossigenoterapia. Inoltre mi ha dato l’opportunità di confrontarmi con altre realtà lavorative e avere uno scambio di idee con i colleghi dell’Associazione Riabilitatori dell’Insufficienza Respiratoria (ARIR). Arricchire le conoscenze fisioterapiche con quelle specifiche dell’ambito respiratorio fornite dal master, mi ha permesso di rispondere in maniera più consapevole ed efficiente alle necessità del paziente in quel momento e di poter collaborare al meglio con i membri del team.

 

Ha detto che le condizioni cliniche del paziente con il COVID-19 cambiano momento per momento, cosa ci può dire riguardo alle sue caratteristiche?
Le caratteristiche del paziente affetto da COVID-19 variano da persona a persona, sono stati infatti riconosciuti vari fenotipi con immagini diverse alla TC che comportano un quadro più o meno grave di rappresentazione della patologia, così come si distinguono una fase acuta e una di remissione della patologia, definite rispettivamente di step-up e step-down. Ad esempio il paziente può presentarsi con un quadro tipico di sindrome da distress respiratorio acuto grave (quella che viene chiamata ARDS) che richiede l’intubazione e la sedazione in un setting di terapia intensiva dove l’intervento del fisioterapista con la early mobilization trova ampia letteratura a supporto. Il paziente affetto da COVID-19 può presentare delle forme moderate con tosse, febbre e mal di testa, dove l’equilibrio clinico è molto precario in quanto può comparire dispnea per minimi sforzi e c’è il rischio che il paziente possa auto-indursi un danno polmonare. Esistono poi delle forme lievi con scambi gassosi sufficienti dove il paziente deve prevalentemente riadattarsi allo sforzo e scalare gradualmente l’ossigenoterapia.

 

La fisioterapia è sempre inserita in un contesto più ampio inter-disciplinare, ci può dire da quali professionisti è composto il suo team e dare un quadro generale di come svolge il suo lavoro al suo interno?
Nel reparto dove ho lavorato il team è composto principalmente da medici di medicina d’urgenza e, trattandosi di un contesto di semi-intensiva, ha la funzione un po’ da ponte tra prima e dopo il reparto per acuti. Gestire un paziente affetto da COVID-19 in semi-intensiva significa saper monitorare e riconoscere tempestivamente il possibile deteriorarsi delle condizioni cliniche e avvertire il team; significa affiancare il personale medico e infermieristico nella gestione dell’insufficienza respiratoria, ovvero nell’adattamento/svezzamento alla ventilazione meccanica non invasiva e nell’individuazione e adattamento/svezzamento dei vari device di ossigenoterapia. Da fisioterapisti siamo inoltre responsabili del riadattamento/riallenamento allo sforzo del paziente, con la relativa titolazione di ossigeno e del recupero dell’autonomia nelle attività di vita quotidiana, oltre ai corretti posizionamenti, compresa l’assunzione della posizione prona (fondamentale, in alcuni pazienti, per garantire adeguati scambi gassosi). Non per ultimo, ci si trova a dare supporto psicologico e “counseling” al paziente sull’attività da proseguire in autonomia nella giornata e quelle che potrà effettuare una volta dimesso dall’ospedale.

 

Sappiamo che la sua tesi di master riguarda proprio il COVID-19, ci può dire qualcosa al riguardo?
La mia tesi è un case series di quattro pazienti trapiantati di polmone che hanno contratto il COVID-19. Vi è la necessità da parte della società scientifica di comprendere se questo virus sia in grado di innescare una disfunzione precoce o tardiva dell’allotrapianto. Perciò l’obiettivo della mia tesi è quello di indagare l’evoluzione clinica dei pazienti trapiantati affetti da COVID-19 tramite follow-up cadenzati e descrivere l’intervento del fisioterapista respiratorio in fase acuta e post-acuta. Sembra che, nonostante questi pazienti siano immunodepressi, il virus abbia un decorso simile a quello degli altri pazienti e che ci sia un recupero dei valori spirometrici e funzionali ai valori iniziali dopo 6 mesi dall’evento.

 

Sentiamo sempre più spesso parlare della grande varietà di sintomi che accompagnano gli esiti dell’infezione da COVID-19, del loro perdurare nel lungo termine e del LONG COVID. Quali informazioni ci può dare secondo la sua esperienza?
Ci sono degli studi recenti che evidenziano la presenza di un decondizionamento fisico e di una compromissione delle attività di vita quotidiana nelle persone che hanno contratto il COVID-19, al momento della dimissione ospedaliera, nonostante la fisioterapia ricevuta. L’isolamento ha messo ancora più in difficoltà le persone nel recuperare un livello di attività fisica adeguato e pertanto questi pazienti hanno un chiaro bisogno di interventi riabilitativi, una volta dimessi al domicilio. Purtroppo però, per la scarsità di strutture dedicate, tali interventi non sono sufficienti ed in alcuni casi si è assistito ad una perdita dell’autonomia e della partecipazione del paziente in seguito alla dimissione. In altri studi è stato messo in evidenza che a distanza di 6 mesi-1 anno i pazienti presentano ancora fatica muscolare, debolezza, dispnea da sforzo, disturbi del sonno, ansia, necessità di ossigenoterapia e difficoltà nelle attività di vita quotidiana. Questa sintomatologia, a distanza di tempo dall’evento acuto prende il nome di LONG COVID ed evidenzia come una precoce presa in carico fisioterapica sia importante tanto durante il ricovero quanto dopo la dimissione del paziente: per contrastare e superare i problemi che vi ho citato è necessario che venga svolto un programma riabilitativo a domicilio o in strutture di riabilitazione dedicate.

 

La ringraziamo, Dott.ssa Chiocci, per il lavoro che ha svolto in questo periodo di pandemia e per averci dato testimonianza, in questa intervista, del prezioso ruolo che può svolgere il fisioterapista anche in questo contesto così delicato. Dalle sue parole possiamo capire quanto sia importante approfondire gli studi nella formazione post-laurea, per ottenere conoscenze e competenze che possano rispondere in modo appropriato agli specifici bisogni di salute della popolazione.
Le auguriamo un grosso in bocca al lupo per il suo futuro professionale e speriamo di rivederla presto.