I FISIOTERAPISTI: "CONTRO GLI ABUSIVI QUATTRO REGOLE D'ORO"
Il presidente AIFI, Antonio Bortone: "Il rapporto con il cittadino si basa sull'appropriatezza, sulla responsabilità, sulla sicurezza". Italia in ritardo nell'armonizzare i cicli di studi e la formazione nelle professioni sanitarie

Bologna, 28 maggio 2010 – I fisioterapisti abusivi in Italia sono 100 mila, il doppio di quelli veri (50 mila). Un vero dramma non solo per chi svolge con competenza il proprio lavoro, ma anche per i pazienti, che si trovano, spesso in buona fede, nelle mani di persone incapaci che possono peggiorare le loro già precarie condizioni di salute. Ecco allora che Antonio Bortone, presidente dell'AIFI, Associazione di Fisioterapisti accreditati presso il Ministero della Salute, lancia un appello a tutti i cittadini italiani, ma anche agli specialisti ortopedici e ai medici di medicina generale che spesso prescrivono o consigliano sedute fisioterapiche. "Chiediamo ai nostri colleghi medici – spiega Bortone – di tenere sempre in allerta il paziente su questo rischio, di consigliare direttamente il nome di un fisioterapista vero, abilitato, serio. Di essere i primi loro ad informarsi sugli operatori presenti sul territorio, di contattarci in caso di dubbi".
E comunque ecco le quattro regole fondamentali che possono aiutare i cittadini ad avere una ragionevole certezza di essere in buone mani, e non in senso metaforico:
1) Verificare che il titolo di laurea sia stato rilasciato dall'Università Italiana e, in caso di titolo estero, che abbia ottenuto il riconoscimento dal Ministero della Salute;
2) Verificare l'iscrizione ad una delle associazioni rappresentative dei fisioterapisti, definite per decreto ministeriale;
3) Verificare se, durante la visita fisioterapica, è richiesta la visione della documentazione clinica esistente;
4) chiedere sempre il rilascio della corrispondente ricevuta fiscale, in caso di libero professionista.

Si è parlato di questo oggi all'Expo Sanità di Bologna, durante la tavola rotonda organizzata dall'AIFI "Il fisioterapista ed il cittadino: appropriatezza di un rapporto". Ma non solo. Al centro dell'attenzione anche il ritardo con cui l'Italia si appresta ad entrare nell'organizzazione sanitaria europea: abbiamo 27 Paesi con un percorso complessivo diverso e sostanzialmente più ampio di quello italiano, anche nella durata.

"Per esercitare la Professione di Fisioterapista in Italia – spiega Paola Caruso, presidente AIFI Regione Lazio e presidente della Società scientifica Fisioterapia e Riabilitazione (SIFiR) – è necessario il conseguimento della Laurea in Fisioterapia. Questo consente l'abilitazione all'esercizio professionale, con lo scopo è di proteggere i cittadini da operatori incompetenti, non qualificati professionalmente ed eticamente". L'evoluzione nei percorsi formativi del Fisioterapista ha vissuto negli ultimi anni un'importante accelerazione, ma manca omogeneità rispetto alla maggior parte dei Paesi europei. "Superati i vecchi modelli – spiega il prof. Paolo Pillastrini, dipartimento di Medicina Interna dell'Università di Bologna, Policlinico S.Orsola-Malpighi – l'ingresso della formazione nelle Università ha inserito la formazione dei fisioterapisti a pieno titolo nell'era dell'accreditamento scientifico, in cui sono rappresentati diversi punti di forza: dall'integrazione delle componenti didattiche, accademiche e sanitarie, che hanno creato i presupposti per costruire un professionista competente e capace, all'organizzazione dei tirocini, divenuta una componente fondamentale e non più una semplice frequentazione di reparti. Dalla costruzione di programmi didattici in funzione di specifici obiettivi, e non più in base alle singole propensioni ed interessi del docente; dall'analisi del profilo professionale e dai bisogni prioritari di salute a moderni ed efficaci strumenti didattico-professionali quali il Core Curriculum, il Core Competence e il Core Values". Tutto questo in un'ottica sempre più europea, dove l'Italia però deve ancora mettersi al passo con altri Paesi più avanzati in questo settore.
"Dagli anni '80 – spiega il prof. Roberto Marcovich, Coordinatore del corso di laurea in Fisioterapia presso l'Università di Trieste – l'Unione Europea ha emanato direttive al fine di regolamentare anche le professioni sanitarie nel rispetto del fondamentale principio di libera circolazione nello spazio economico europeo. Carattere strategico in questo assume la corrispondenza delle qualifiche ed il riconoscimento dei titoli professionali. Tradurre tutto questo in realtà significa trasformare radicalmente il sistema formativo. I Paesi aderenti si devono cioè impegnare ad armonizzare l'architettura del sistema di insegnamento superiore con l'obiettivo principale di definire uno spazio europeo dell'istruzione superiore entro il 2010. Con questo obiettivo si sta realizzando la convergenza di lauree comparabili e introducendo un sistema a tre cicli (Bachelor/Master/Doctor of Philosophy) che solo in parte corrisponde al nostro (Laurea/ Laurea Magistrale/Dottorato di ricerca). Infatti l'Italia, con altri 7 Paesi, ha attivato solo i primi due cicli, mentre altri 24 hanno un sistema completo di dottorato che apre l'accesso alla carriera universitaria. Per esercitare la professione è necessario un ciclo di 4 anni di studio in 22 paesi; In Italia invece, come per soli altri 7 Paesi, la durata del corso di laurea è ancora di 3 anni. In conclusione abbiamo 27 Paesi con un percorso complessivo sostanzialmente più ampio di quello italiano, anche nella durata. L'Italia deve porsi in fretta al passo con l'Europa, qualificando meglio il sapere ed organizzando diversamente la formazione di base in fisioterapia".

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