Studio sulle attitudini e credenze nei confronti del low back pain

Nel Low Back Pain i fattori che possono determinare una condizione di cronicità sono molteplici e la maggior parte di questi non risulta essere legata ad una problematica strutturale specifica, bensì a fattori psico-sociali, atteggiamenti e convinzioni errate che accompagnano il paziente durante la sua esperienza dolorosa.
Spiegazioni basate su informazioni di esclusivo carattere pato-anatomico fornite dagli operatori sanitari possono contribuire al rafforzamento di tali convinzioni errate.
Alla luce delle evidenze scientifiche, è noto che descrivere le cause del dolore puramente da un punto di vista biomedico può essere dannoso per i pazienti e alimentare strategie di coping inadeguate, chinesiofobia e disabilità e che le credenze negative sul LBP sono predittive del dolore, della disabilità, dell’assenteismo del lavoro

OBiettivi

  • Verificare quali sono le attitudini e le credenze dei fisioterapisti italiani circa il Chronic Low Back Pain
  • Suscitare l’interesse dei professionisti ed incentivarli ad adottare un atteggiamento improntato sull’Evidence Based Practice basandosi sulle più recenti Linee Guida Internazionali

Materiali e Metodi

Abbiamo somministrato un questionario (PABS.PT), tradotto in italiano ed integrato con altre domande, distribuendolo nei principali canali web di interesse fisioterapico ed attraverso la collaborazione di AIFI ai suoi iscritti.
Il PABS.PT è un questionario auto somministrato che indaga la forza di due diversi orientamenti, bio-medico e bio-psico-sociale, dei fisioterapisti che si occupano del trattamento del LBP.
Il questionario utilizzato è composto da 44 domande, di cui 14 demografiche per inquadrare la popolazione oggetto di studio e 30 specifiche per lo scopo dell’indagine stessa.
L’indagine è stata condotta a partire da settembre 2018 fino a marzo 2019.

Risultati

Sono stati raccolti 922 questionari, di cui il 49,5% donne e il 50,5% uomini. Il 63,1% ha tra 20 e 35 anni, il 68,9% ha solo la laurea triennale ed il 20,1% ha un master di I livello.
È risultato che in media i fisioterapisti italiani con un orientamento bio-medico rappresentano il 30-35% circa di tutto il campione.

Discussioni

I fisioterapisti maggiormente aderenti al modello bio-medico erano quelli laureati da più di 10 anni e, nonostante la maggior esperienza lavorativa e/o la formazione post-universitaria, questa tipologia di orientamento non subiva variazioni.
Coloro che invece avevano conseguito un master di terapia manuale, a prescindere dalla fascia di età, mostravano punteggi più bassi nell’orientamento biomedico.
Una pratica clinica eccessivamente a stampo bio-medico può contribuire negativamente su convinzioni e atteggiamenti circa il LBP, mentre un’istruzione che si basa sul modello bio-psico-sociale potrebbe attenuare tali credenze negative nei professionisti della salute e, di conseguenza, nei pazienti.
In generale si può affermare che circa nel 65-70% dei fisioterapisti italiani esiste un orientamento di tipo bio-psico-sociale che tuttavia sembra risentire di un background formativo biomedico; questo può portare il clinico ad incoerenza ed incertezza nel trattamento e nella gestione del paziente, dovuto probabilmente ad alcune lacune nella conoscenza della neurofisiologia del dolore e dei fattori legati alla cronicizzazione e all’influenza di eccessive nozioni pato-anatomiche.

Conclusioni

Si suppone che migliorando i percorsi formativi, sensibilizzando le università e le associazioni di categoria ad una maggiore attenzione ai contenuti offerti nella formazione, si possa facilmente migliorare l’approccio globale dei fisioterapisti italiani, soprattutto per coloro che hanno conseguito gli studi meno recentemente e che che, pur avendo più anni di esperienza lavorativa, non aderiscono alle nuove conoscenze in materia, alle migliori evidenze scientifiche disponibili e soprattutto alle linee guida, le quali raccomandano l’uso di un approccio bio-psico-sociale per guidare la gestione del LBP con educazione del paziente.
Le associazioni di categoria e le università dovrebbero sensibilizzare e incentivare i professionisti sanitari all’aggiornamento continuo e all’utilizzo nella pratica clinica delle migliori evidenze scientifiche.
Ogni professionista sanitario dovrebbe seguire le raccomandazioni delle più recenti linee guida a garanzia della salute dei pazienti e della spesa socio-sanitaria.